ARTICOLO TRATTO DAL QUOTIDIANO DI PARTITO "IL CAMPANILE"

10/02/2007

COPPIE DI FATTO, IL “NO” DELLA CHIESA

Il Benedetto XVI si appella alla responsabilità dei laici: «Le leggi esprimano valori conformi al diritto naturale». Contrarietà anche dai Vescovi. Popolari-Udeur: «Ci opponiamo ad ogni forma di famiglia surrettizia»
di Manuela D’Argenio

Una maggioranza soddisfatta in parte, con il netto dissenso dei Popolari-Udeur e il pressing dell’ala radicale che avrebbe voluto qualcosa in più. Unioni di fatto, il giorno dopo. All’indomani del varo del ddl sui “Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi”, alias Dico, per acronimo, continua il confronto tra le forze politiche che si preparano alla prossima battaglia: il Parlamento. Dove, a destare preoccupazione, è soprattutto l’iter al Senato, di fronte al no ribadito a più riprese da Clemente Mastella e alla contrarietà della Cdl. E, come se non bastasse, si aggiunge pure il monito della Chiesa, che con il Papa richiama in causa il «diritto naturale». Insomma, siamo alle solite.
Papa. Così, Benedetto XVI parlando con il nuovo ambasciatore della Colombia, Juan Gomez Martinez, non manca di lanciare una freccatina al mondo politico. «Come Pastore della Chiesa universale - non posso non nascondere la mia preoccupazione per le leggi che riguardano questioni molto delicate come la trasmissione della vita, la malattia, l’identità della famiglia e il rispetto del matrimonio». Di qui, un monito del Pontefice: «E’ necessario appellarsi alla responsabilità dei laici presenti negli organi legislativi, nel Governo e nell’amministrazione della giustizia affinché le leggi esprimano sempre i principi e i valori che sono conformi al diritto naturale e che promuovano l’autentico bene comune».
Sir. Segue il giudizio «nettamente negativo» dei vescovi che in una nota del Sir ritengono che «i cosiddetti Dico, appaiono destinati a produrre sul cruciale piano delle politiche sociali e di solidarietà, problemi più gravi di quelli che si ripromette di affrontare». Riportando per questo una «concreta ricaduta sulla vita delle famiglie italiane».
Udeur. Resta immutata la posizione del partito del Guardasigilli, che dopo aver disertato il Consiglio dei ministri, ribadisce la sua convinzione: «Apprezzo gli sforzi che hanno fatto la Bindi e la Pollastrini – spiega Mastella in un’intervista al Giornale – ma il risultato non è sufficiente a cambiare la mia posizione. Io e il mio partito siamo contrari ad ogni forma che si richiami surrettiziamente alla famiglia fondata sul matrimonio, e il testo approvato in Consiglio dei ministri, ipotizza ancora un simil matrimonio, un matrimonio di serie b». Dunque, se il testo resta così com’è, al Senato l’Unione dovrà fare a meno dei voti dell’Udeur. Poi una precisazione d’obbligo del segretario udeurrino: «Confermo la fiducia e il sostegno al governo Prodi», anche perché, questo il mastella-pensiero, «non sarà certamente sui pacs (o meglio dico, ndr), che cadrà il governo. Il rischio vero, piuttosto è la politica estera, e lì non è certo l’Udeur a remare contro».
Unione. Nella maggioranza intanto, si guarda alla battaglia in Parlamento con ottimismo. Francesco Rutelli è soddisfatto e pur prendendo in considerazione la possibilità di apportare «ritocchi formali», consiglia di «non uscire dall’alveo dell’accordo, se nella maggioranza si cercasse di ridurre giusti diritti, o al contrario di stravolgerli, credo si diverrebbe minoranza in Parlamento».
Concetto ribadito anche Piero Fassino, secondo il quale «sono state ascoltate tutte le ragioni senza far venir meno la capacità dello Stato di decidere sulla base della laicità e dei principi costituzionali». Diversa invece è la posizione dell’ala redicale che si accontenta, anche se avrebbe voluto di più. Per Rifondazione Comunista è un testo «un pò strambo ma buon punto di partenza». E il ministro Pecoraro Scanio parla di un «passo avanti che va migliorato senza ipocrisie».
Cdl. Nettamente contraria invece l’opposizione secondo cui il ddl istituisce «famiglie di serie B». Di qui, il chiaro avvertimento di Renato Schifani: «Non faremo la stampella a Prodi». Quindi al Senato, la partita è tutta da giocare.


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