ARTICOLO TRATTO DAL QUOTIDIANO DI PARTITO "IL CAMPANILE"

01/03/2007
MASTELLA DETTA LE REGOLE DEL GIOCO: «FUORI I DICO, LEGGE ELETTORALE CONDIVISA»
Il Guardasigilli ammonisce l’intervento di Salvi sulle coppie di fatto: «E’ stato improvvido parlarne, ribadiamo il nostro no»
di Manuela D’Argenio

ROMA - Tornano i Dico e l’Unione traballa. Insomma, il semplice fatto di nominare il ddl Bindi-Pollastrini, scatena reazioni a catena, senza margine di previsione alcuno. E proprio durante la delicata crisi di governo, la cosa più saggia sarebbe rimandare la discussione sulle coppie di fatto a tempi più sereni. Anche perché il fronte dei cattolici (a partire dal senatore a vita Giulio Andreotti che alla ricomparsa della parola Dico ha nuovamente messo le mani avanti sul voto di fiducia al governo Prodi), su questo punto non intende fare dietro front. Anzi.

E’ perentorio il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che subito richiama all’ordine i colleghi dell’Unione che con singolare tempismo, hanno riacceso la discussione sull’argomento. «Avrei evitato di parlare dei Dico – così sbotta - ma vedo che altri esponenti della coalizione avanzano una proposta che a mio parere è minoritaria al Senato della repubblica: allora bisogna dire con molta calma e con molta freddezza che condivido l’impostazione del presidente Prodi e per quanto ci riguarda ribadiamo il nostro no molto deciso».

In particolare, il Guardasigilli se la prende con il presidente della commissione Giustizia al Senato, Cesare Salvi, che in un’intervista al Corsera, testualmente, ha dichiarato che «se Prodi voleva cancellare i Dico aveva due strade. La prima istituzionale: ritirare il disegno di legge. La seconda politica: dire che il governo non è più interessato ai Dico».

E, se non ne ha scelto nessuna delle due, per Slavi un motivo c’è. Vale a dire l’intenzione di discutere del provvedimento «nella prima riunione utile».

Detto così, sembra quasi un bluff a danno del fronte cattolico. Che, manco a dirlo, subito passa all’attacco. «E’ stato improvvido parlarne», ammonisce ancora Mastella. Anche perché, aggiunge, «una grande tradizione, quella che io conoscevo, dei comunisti avrebbe realizzato una real politik. Non è che avrebbe fatto finta di nulla, ma avrebbe valutato con realismo gli avvenimenti.

Insomma, questo il ragionamento mastelliano, «i Dico in questa Camera Alta non hanno la possibilità di avere una risoluzione positiva. Secondo me l’unica risoluzione, e in questo non sono d’accordo con Cesare Salvi, credo che sia avere una agenda parlamentare fatta in base all’impostazione del dodecalogo illustrato da Prodi».

E’ l’unico modo per Mastella con il quale si può fare l’agenda parlamentare «se vogliamo fare politica». Altrimenti, di qui una frecciatina a qualche collega, «se ci sono altri giochi e giochetti, ai quali io non mi presto, francamente lo dicessero».

Di qui un apprezzamento del ministro all’intervento della senatrice-questore Helga Thaler Ausserhofer, della Svp, che in aula a palazzo Madama ha espresso la sua «contrarietà» all’adozione di formule come i pacs o i dico. «Sono andato a vedere lo stenografico della collega Thaler- dice Mastella - mi conforta che le mie posizioni siano tutt’altro che isolate. Per me la questione Dico non deve essere una priorità di questa maggioranza».

E, tra le priorità, il Guardasigilli si concede una riflessione sulla legge elettorale: «Il problema – spiega - è legato alla governabilità. Non è un caso che nel ‘94, in virtù del sistema elettorale maggioritario, anche allora al Senato c’era un’insufficienza dei numeri. Oggi è lo stesso, il che spiega che bisogna realizzare coalizioni omogenee, questa è la chiave di volta, questo il filo di Arianna, non altro».

Insomma, nel 94 non c’era la maggioranza con suo maggioritario e oggi non c’è la maggioranza con questa legge elettorale. «Una legge - tiene a sottolineare Mastella - che non abbiamo fatto noi, e quelli che oggi hanno lacrime di coccodrillo sono gli stessi che questa legge l’hanno fatta. E’ stata l’astuzia di Berlusconi per evitare che si potesse governare il paese».


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