Si riceve e si pubblica citando la fonte
Mi inserisco, terzo incomodo, nel dibattito tra Don Carlo ed il Sindaco a proposito della qualità della città .
Credo che Don Carlo abbia fatto bene e stimolare una discussione su un tema che non sempre vede i cittadini sufficientemente interessati, salvo quando qualche decisione non tocca i 200 metri attorno al loro luogo di vita; per quanto invece riguarda la risposta del sindaco, che ritengo abbia molti elementi corretti, mi sembri che non risponda a quello che (almeno secondo la mia lettura) è il nocciolo del pensiero di Don Carlo.
Prima di approfondire credo che sia necessaria una considerazione: per (scarsa) formazione culturale appartengo a quella scuola di pensiero che riteneva fondamentale la industrializzazione di un paese (ricordate i soviet più l'elettrificazione di leniniana memoria?) e solo successivamente ho, come tanti altri, imparato il valore della conservazione (ambiente, cultura, storia) come forma della memoria da trasmettere alle generazioni successive. Conservazione cioè non come tutela dello status quo, ma come garanzia che nulla di quanto ci è stato trasmesso venga disperso; gli stadi per il reggae giamaicano non debbono cancellare i chiostri per la musica da liuto medioevale.
Quello che, credo, don Carlo ci chiede non è un impossibile ritorno al passato, ma una lettura del futuro che tenga conto di quanto ci circonda. Cerco di spiegare con qualche esempio questa frase che altrimenti sembra fatta di parole in libertà . Nella piana è stata realizzata la grande struttura dei magazzini Coop. L'aspetto architettonico non è certo entusiasmante, il traffico indotto (in fin dei conti si tratta di un magazzino in cui merce arriva e parte continuamente) non è neppure esso una aspetto che si possa definire di qualità . A vantaggio della operazione (per come la studiai ai suoi tempi sulle carte e per come mi hanno detto che funziona) un miglioramento apprezzabile della situazione idrica (fossi, fognature). Una operazione pulita se vogliamo, ma quello che Don Carlo ci invita a vedere è che alcuni segni sorici del territorio (la casa del Ghiberti, la piccola cappella ai Granatieri) continuano a versare in stato di degrado come tra l'altro è stato ampiamente segnalato da un completo reportage fotografico di un residente della zona (reportage che mi dicono essere stato inviato ai suoi tempi alla amministrazione).
Per le case vale lo stesso discorso; anche qui non credo, per mille motivi culturali e dottrinali, che Don Carlo voglia sostenere che chi non ha casa si arrangi, qui non si costruisce più nulla. Don Carlo sta invece suggerendo che anche il problema casa deve trovare le giuste soluzioni che coniughino il tema della qualità urbanistica ed architettonica, con la necessità di difendere la qualità della vita dei cittadini meno abbienti e si/ci chieda quanto l'attuale mercato sappia dare risposte.
In definitiva ritengo (ma non voglio dare l'impressione di tirare troppo Don Carlo per la giacca) che il problema posto sia quello di come si possa impedire (se questa parola vi sembra troppo grossa: dare una regola) alla rendita fondiaria da una parte ed al mercato (massimizzazione del profitto come allocazione ottimale delle risorse) di considerare il territorio ed i segni culturali che il nostro passato ci ha sedimentato come puri e semplici valori da acquistare, vendere, 'valorizzare'.
Credo che la stampa sia in questa occasione abbia svolto una funzione importante aprendo le sue colonne al discussione e mi auguro che questa prosegua con altri partecipanti e magari trovi anche spazio nel dibattito sulle osservazioni al Regolamento Urbanistico.
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